16 marzo 2008
Six Feet Under.
Copincollo da qui.< Fa sempre un po’ male tornare sul luogo del delitto. Ci si scopre nudi
e invulnerabili. Miseramente esposti alle emozioni. D’altronde
raccontare freddamente lo sconquasso emotivo che la serie creata da
Alan Ball è in grado di generare, in chi ha la pazienza e la generosità
di amarla incondizionatamente, è impresa ardua quanto inutile. Sarà il
tempo comunque a decretare l’importanza di Six Feet Under,
serie di culto prodotta dalla HBO, sopravvissuta con orgoglio alle
intemperie televisive grazie a uno stuolo di fan fedelissimi, oramai in
lutto da più di due anni.
Iniziata e conclusa con addosso lo status di serie di culto quindi. È
forse questo il problema, perché Six Feet Under andrebbe invece passata
nelle scuole, nei canali televisivi di massima frequentazione, dovrebbe
arrivare a più gente possibile invece di essere stuprata da palinsesti
televisivi ottusi, irrispettosi e mai coraggiosi. Altro che culto,
andrebbe imposta. Anche se a noi piace un po’ tenercela stretta tutta
per noi. Mutevolezza delle cose e dei sentimenti.
Six Feet Under racconta la vita: i suoi cambiamenti, i suoi riti di
passaggio, le sue gioie e le sue tristezze attraverso gli occhi della
famiglia Fisher, proprietaria di un’impresa di pompe funebri. E lo fa
con una durezza e una sincerità di cui perfino il cinema ha perso
definitivamente le tracce. Iniziando e finendo con un abbandono. La
vita in cinque stagioni attraverso le splendide facce dei fratelli
Claire, David e Nate Fisher, dei lori genitori Nathaniel (la presenza
fantasmatica della serie) e la straordinaria Ruth. Il socio Federico
Diaz e sua moglie Vanessa, l’intenso Keith Charles e l’inafferabile
Brenda Chenowith, suo fratello Billy, fino al commovente George Sibley,
interprete delle ultime due stagioni.
Se generalmente le serie tv, o almeno quelle di buona fattura, creano
dei personaggi a cui rimaniamo legati, tanto da vederci qualcosa di noi
o lontano da noi, Six Feet Under va molto più in profondità. Prende una
famiglia e un gruppo di personaggi che ci ruotano intorno e ce ne
affida il loro percorso, nel bene e nel male, abbattendo il filtro
della finzione, evitando sempre e comunque banali schematismi e facili
scorciatoie. Quello che ci chiede è di abbandonarci a questo flusso di
vita, superando il ricatto di stare con questo o con quell’altro
personaggio. È questa la ragione per cui non esistono personaggi
totalmente positivi o totalmente negativi. Ognuno ha un percorso
emozionale, generazionale e simbolico che la serie ci costringe a
valutare nella sua estrema complessità.
Non è quindi un istinto sadico quello che governa la quinta e ultima
stagione della serie -indiscutibilmente la più bella e profonda, almeno
a voler seguire questo filo interpretativo – nel suo insostenibile
crescendo drammatico in cui ogni personaggio e ogni evento assume un
valore e una pregnanza straordinaria. E neppure l’ansia di fornire
nuovo carburante al verbo melodrammatico, quanto la necessità di
concludere coerentemente un discorso che per forza di cose deve andare
in quella direzione. È attraverso la continua privazione che i
personaggi scoprono i valori delle cose e non si può chiudere il
cerchio se non attraverso un abbandono definitivo, che fa davvero
troppo male. Malissimo. E quando ci si sente del tutto annientati,
partono quegli ultimi incredibili sei minuti in cui ci passano avanti
delle vite che ci sono state sottratte quando ne abbiamo più bisogno.
Ci si sente morti, ma anche un po’ più vivi e consapevoli. Sepolti a
occhi sbarrati sei metri sotto. E così lontani dal paradiso. >
Niente da aggiungere.
*_*
six feet under
serie tv
| inviato da
Omashee il 16/3/2008 alle 0:13 | |
DIARI
10 febbraio 2008
Everything. Everyone. Everywhere. Ends.
six feet under
| inviato da
Omashee il 10/2/2008 alle 16:37 | |
DIARI
7 settembre 2007
.
I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide
Should I stand amid the breakers?
Or should I lie with death my bride?
| inviato da
Omashee il 7/9/2007 alle 22:10 | |